Years: la potente testimonianza del collettivo Open Group sulle ferite dell'Ucraina
Letizia De RosaCondividi
Dalle sale della Biennale di Venezia alle colline di Lucca, il collettivo Open Group trasforma il tempo e il dolore del conflitto ucraino in un'installazione immersiva che celebra la persistenza della memoria.
L'Associazione Culturale Dello Scompiglio, immersa nel suggestivo scenario delle colline lucchesi a Vorno, si conferma ancora una volta un centro nevralgico per la riflessione contemporanea ospitando una mostra che scuote le coscienze e attraversa i confini del tempo e dello spazio. Il collettivo ucraino Open Group, composto da Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga, torna in Italia con un progetto site-specific intitolato Years, curato da Angel Moya Garcia, che trasforma l'orrore astratto della guerra in un’esperienza sensoriale e profondamente umana.
Dopo aver rappresentato la Polonia alla 60ª Biennale di Venezia con l'acclamato progetto Repeat after me II, gli artisti portano negli spazi della Tenuta una riflessione che non si limita alla cronaca del conflitto iniziato nel 2014, ma scava nella memoria collettiva e individuale. Cercano di restituire un volto e una storia a numeri che spesso restano solo fredde statistiche, in un momento in cui i dati sulle vittime sono tragicamente incerti e approssimativi.

Il tempo che scorre e la luce della memoria
L'installazione centrale della mostra è concepita come un flusso ininterrotto dove il tempo non è più una sequenza lineare di eventi, ma un elemento tangibile che invade l'oscurità delle sale. Le proiezioni di date incise sulle lapidi si espandono nello spazio espositivo, creando un movimento lento di luce che serpeggia tra le pietre.
Questo ritmo luminoso non ha solo la funzione di segnare il passare degli anni, ma evoca con forza la fine delle relazioni umane lacerate dalla violenza e la fragilità di una memoria che, nonostante tutto, persiste ostinatamente.
Ogni proiezione, ogni numero che appare e svanisce, rappresenta un legame che è stato spezzato ma che continua a vibrare nel silenzio dello spazio espositivo come un'eco di vite passate. Lo spettatore si trova così immerso in una costellazione di opere video che dissolvono la freddezza dei numeri ufficiali per restituire la cruda immediatezza della perdita.

Un albero di vite intrecciate nel sacrificio
Il cuore pulsante di Years risiede nella narrazione di una ramificazione di storie che si rifiutano di scomparire, un vero e proprio albero dell'amicizia e del cameratismo che cresce attraverso il sacrificio. La ricerca degli Open Group parte dal 2014 con la figura di Serhiy Tabala, noto come "Sever", un giovane attivista di Maidan che si unì al Corpo dei Volontari Ucraini all'inizio delle ostilità e perse la vita giovanissimo.
Da lui si dipana una catena di conoscenze e affetti che attraversa l'intero decennio di conflitto: Serhiy conosceva Dmytro Kolesnikov, difensore dell'aeroporto di Donetsk, il quale era legato a Vasyl Slipak, un cantante lirico di fama mondiale che decise di lasciare i palcoscenici internazionali per difendere la propria terra. Slipak combatté accanto a Dmytro Sumskyi, che a sua volta era al fronte con il giovane volontario Andrii Kryvych.

Questa sequenza di nomi non è un semplice elenco, ma la testimonianza di come la guerra crei legami indissolubili tra persone dai background più disparati, accomunate dalla stessa tragica sorte. Si passa dalla cecchina Yaroslava Nikonenko al comandante Andriy Gerhert, fino ad arrivare a figure centrali della resistenza come Dmytro Kotsyubailo, l'eroe dell'Ucraina conosciuto come "Da Vinci", e il poeta fotografo Maksym Kryvtsov, soprannominato "Dali". Il percorso si chiude idealmente con Taras Shpuk, morto nell'autunno del 2025, a dimostrazione di come la ferita resti aperta e continui a sanguinare anche oggi.
Attraverso queste storie, gli artisti trasformano la devastazione in una forma tangibile e sensoriale, obbligando chi guarda a confrontarsi con la realtà umana che si cela dietro ogni data incisa nel video.

L'arte come atto di testimonianza e denuncia
Il lavoro del collettivo Open Group, fondato a Leopoli nel 2012, si è sempre distinto per una pratica basata sulla collaborazione e sul concetto di "situazione aperta", dove l'interazione tra le persone e lo spazio diventa l'opera stessa. In Years, questa filosofia si manifesta come un atto di testimonianza civile, un gesto necessario per preservare ciò che la guerra cerca sistematicamente di cancellare.
Gli artisti indagano le dinamiche della cultura visiva contemporanea attraverso una lente sperimentale che non ignora le urgenti questioni globali, ma le declina attraverso l'esperienza personale.
La loro capacità di muoversi tra i principali palcoscenici mondiali dell'arte, dal PinchukArtCentre di Kiev alla Biennale di Venezia, ha permesso loro di affinare un linguaggio che è allo stesso tempo poetico e spietato.
L'esposizione invita a riflettere sull'incertezza del presente, citando i dati drammatici dell'OHCHR che sottolineano come il numero effettivo di vittime sia probabilmente molto superiore a qualsiasi stima ufficiale, a causa dell'impossibilità di verifiche indipendenti nelle aree contese. In questo contesto di incertezza e propaganda, l'arte degli Open Group si pone come uno spazio di consapevolezza ed elaborazione della perdita, un luogo dove la storia non viene scritta dai vincitori o dai vinti, ma da chi ha vissuto e sofferto il conflitto sulla propria pelle.
La scelta della Tenuta Dello Scompiglio come sede non è casuale: il dialogo costante del progetto diretto da Cecilia Bertoni con la terra, la natura e l'architettura offre una cornice di rigenerazione e riflessione che amplifica il messaggio degli artisti ucraini.

Un'esperienza immersiva tra passato e presente
Visitare Years significa anche avere l'opportunità di scoprire le numerose opere permanenti che punteggiano la Tenuta, creando un dialogo tra la mostra temporanea e il paesaggio circostante. Dalle installazioni di Andrea Nacciarriti e Cecilia Bertoni ai lavori di Alfredo Pirri e Valentina Vetturi, lo spettatore è invitato a un cammino di esplorazione che coinvolge tutti i sensi.
La mostra degli Open Group rimarrà aperta fino al primo marzo 2026, offrendo un lungo arco temporale per permettere a un vasto pubblico di avvicinarsi a temi così complessi con la dovuta calma e partecipazione. Il collettivo riesce nell'impresa di rendere visibile l'invisibile, trasformando il silenzio assordante delle vite spezzate in una voce che attraversa lo spazio e interroga il futuro della comunità internazionale.
È un invito a non voltare lo sguardo, a riconoscere che dietro ogni numero c'è una storia, una famiglia e un futuro che è stato negato, ma che l'arte ha il dovere di continuare a raccontare affinché nulla vada perduto.