Hokusai a Roma: la Grande Onda travolge Palazzo Bonaparte
Giacomo CrosettoCondividi
Un grande maestro giapponese nel cuore di Roma
Nel 2026 Roma si prepara ad accogliere uno degli eventi più attesi della stagione espositiva: una grande mostra dedicata a Katsushika Hokusai, ospitata negli ambienti settecenteschi di Palazzo Bonaparte, affacciato su Piazza Venezia. Dal 27 marzo al 29 giugno 2026, le sale dello storico palazzo romano diventano il palcoscenico della più completa esposizione mai dedicata in Italia al maestro giapponese, trasformando il centro della capitale in un ponte ideale tra Edo e l’Europa contemporanea. L’iniziativa si inserisce nel quadro delle celebrazioni per i 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, sottolineando come il dialogo artistico tra i due paesi non sia soltanto un omaggio museale ma un racconto vivo di influenze reciproche che continua a rinnovarsi.
Il progetto espositivo porta a Roma oltre 200 opere tra stampe, libri illustrati, rari volumi di Manga e materiali d’epoca che consentono di attraversare l’intero arco creativo di Hokusai, dai lavori più legati alla tradizione alle serie più sperimentali. È un percorso che promette non soltanto di presentare i capolavori più celebri, ma di restituire la complessità di un artista che, nell’arco di quasi un secolo di vita, ha reinventato in profondità il modo di guardare al mondo.
Hokusai, una vita nell’immagine
Nato a Edo, l’odierna Tokyo, nel 1760, Hokusai cresce in un Giappone ancora chiuso all’Occidente, regolato dalla stabilità dello shogunato Tokugawa, un contesto in cui la vita urbana esplode ma i contatti con il mondo esterno sono rigidamente controllati. In questo scenario apparentemente immobile, l’artista intraprende un percorso biografico e creativo in continuo movimento, segnato da una quantità quasi vertiginosa di cambi di nome, stile e bottega, come se ogni fase della sua vita fosse una nuova incarnazione del suo sguardo.
Fin da giovanissimo Hokusai entra come apprendista nella bottega di Katsukawa Shunsho, maestro di xilografie ukiyo-e, i “dipinti del mondo fluttuante”, un genere allora in piena diffusione che immortalava attori di kabuki, cortigiane, scene urbane e momenti di vita quotidiana. La disciplina del disegno, lo studio anatomico, l’attenzione alle pose e ai gesti diventano per lui un terreno di sperimentazione inesauribile. La formazione in ambito ukiyo-e fornisce a Hokusai il vocabolario tecnico e iconografico del suo tempo, ma è il modo in cui lo supera, deformandolo e reinventandolo, a farne un protagonista assoluto della storia dell’arte.
Il nome d’arte Hokusai, tradotto come “studio della stella polare”, non è solo un vezzo poetico, ma una dichiarazione di intenti: indica un punto fisso nel cielo che guida la rotta, un orientamento simbolico che l’artista sembra inseguire nella sua ricerca incessante. Nel corso della sua lunghissima carriera, Hokusai cambia identità artistica decine di volte, firmandosi con pseudonimi diversi a seconda dei periodi e delle svolte stilistiche. Questa fluidità di persona e di stile si riflette in una produzione vastissima, che spazia dai paesaggi alle scene di vita quotidiana, dai fiori e uccelli agli spettacolari volumi di disegni che anticipano l’immaginario dei manga contemporanei.

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La mostra: un viaggio nell’intero arco creativo
Il percorso espositivo di Palazzo Bonaparte è pensato come una panoramica ampia e stratificata, capace di guidare il visitatore dalle radici tradizionali del maestro fino alle sue invenzioni più radicali. La presenza di oltre 200 opere permette non solo di ammirare le icone universalmente note, ma di scoprire la trama minuta del lavoro quotidiano di Hokusai, quei fogli, libri e stampe che compongono il tessuto continuo della sua ricerca visiva.
Cuore pulsante della mostra sono le celebri serie paesaggistiche, a cominciare dalle Trentasei vedute del Monte Fuji, di cui fa parte la famosissima Grande Onda presso Kanagawa, immagine simbolo non solo dell’arte giapponese ma dell’intera cultura visiva moderna. Accanto a questi capolavori, il visitatore incontra una selezione di xilografie, libri illustrati e oggetti rari provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia, una delle più importanti collezioni europee di arte giapponese, con particolare attenzione al periodo Edo. L’arrivo a Roma di questo nucleo di opere rappresenta un’occasione eccezionale per osservare da vicino la finezza tecnica della stampa giapponese e le sottili variazioni di colore e segno che la riproduzione fotografica non può restituire.
La cura scientifica della mostra è affidata a Beata Romanowicz, che ha costruito un percorso in grado di dialogare tanto con il pubblico specializzato quanto con chi si avvicina per la prima volta all’arte nipponica. Le sale si susseguono come capitoli di una narrazione che alterna le serie più celebri a sezioni dedicate ai libri illustrati, ai Manga e alle immagini di fiori, animali e figure, componendo un racconto in cui ogni opera rimanda all’altra creando nessi, rimandi e contrasti. L’impressione, procedendo da una stanza all’altra, è quella di assistere non solo a una mostra monografica, ma alla biografia per immagini di un artista che ha attraversato il proprio tempo con uno sguardo in perenne trasformazione.
La Grande Onda e il mito del paesaggio
Al centro del percorso, come una calamita visiva, si staglia la figura della Grande Onda, probabilmente l’immagine più riconoscibile al mondo dopo certi capolavori rinascimentali occidentali. Nella celebre stampa la massa d’acqua, colta nell’istante in cui si incurva e sta per abbattersi su tre fragili imbarcazioni, diventa un protagonista quasi mostruoso, mentre sullo sfondo, distante e immobile, il Monte Fuji appare come un punto fermo, una presenza silenziosa che resiste alla furia del tempo.
Quella che potrebbe apparire come una veduta naturalistica è in realtà un sofisticato gioco di tensioni formali e simboliche. Hokusai unisce le linee eleganti della tradizione sino-giapponese alle novità occidentali della prospettiva lineare e del chiaroscuro, creando una composizione in cui le curve dell’onda e le diagonali delle barche guidano lo sguardo in un vortice controllato. La Grande Onda è l’esempio più evidente di come l’artista riesca a trasformare un soggetto apparentemente specifico in un’immagine universale di precarietà e resistenza, un’icona capace di parlare contemporaneamente di natura, di destino e di condizione umana.
La serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji, di cui la Grande Onda fa parte, è uno dei vertici della produzione di Hokusai, non solo per la qualità formale delle singole stampe ma per la visione complessiva che esse offrono del paesaggio giapponese. Il Monte Fuji, simbolo sacro e al tempo stesso presenza quotidiana, viene ritratto da angolazioni, distanze e condizioni atmosferiche sempre diverse, quasi fosse un personaggio che assume infinite identità. La mostra di Palazzo Bonaparte consente di cogliere come, attraverso la serialità, Hokusai abbia saputo trasformare un soggetto tradizionale in un laboratorio di invenzione continua, capace di tenere insieme osservazione del reale, astrazione grafica e sottile tensione poetica.

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Manga, mondi fluttuanti e anticipazioni del contemporaneo
Uno degli aspetti più affascinanti dell’esposizione è la presenza dei Manga di Hokusai, i celebri volumi di bozzetti che, pubblicati tra il 1814 e il 1849, raccolgono centinaia di studi di figure, animali, paesaggi, oggetti e scene di vita quotidiana. Queste pagine, nate come strumenti di esercizio e repertori per allievi e artisti, sono oggi considerate un antecedente fondamentale non solo per la grafica giapponese moderna, ma per l’immaginario che ha alimentato i manga e gli anime contemporanei.
Nei Manga la mano di Hokusai sembra non fermarsi mai: ogni foglio è popolato da un’umanità brulicante, da gesti minimi colti con precisione quasi cinematografica, da animali e oggetti che si animano grazie a un segno essenziale e vibrante. L’allestimento romano valorizza questo materiale mostrando come il maestro abbia concepito il disegno come un esercizio quotidiano, una pratica incessante di osservazione e sintesi. Guardare da vicino questi fogli significa entrare nella “palestra” dell’artista, dove il mondo viene scomposto in frammenti, studiato nei dettagli e poi ricomposto in una grammatica visiva capace di parlare a epoche distanti.
Accanto ai Manga e alle grandi serie paesaggistiche, la mostra dedica spazio anche alle xilografie di genere ukiyo-e, con le loro raffigurazioni di attori, cortigiane, mestieri e momenti di vita urbana, restituendo il clima vibrante della Edo di fine Settecento e inizio Ottocento. Il “mondo fluttuante” di Hokusai non è solo un repertorio di tipi e situazioni, ma un’osservazione acuta delle trasformazioni sociali, degli svaghi cittadini, delle tensioni tra tradizione e modernità. La ricchezza dei soggetti, che spazia dai pescatori in mare aperto ai quartieri di piacere illuminati dalle lanterne, racconta un Giappone che non esiste più, ma che continua a vivere nella memoria delle sue immagini.
L’impatto sull’arte occidentale
Uno dei fili conduttori più significativi della mostra è il dialogo tra Hokusai e l’arte occidentale, che si sviluppa in particolare a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando le stampe giapponesi iniziano a circolare in Europa influenzando profondamente pittori e incisori. Artisti come Monet, Van Gogh e Gauguin guardano alle composizioni di Hokusai per liberare la pittura dai vincoli academicisti, imparando dalle sue inquadrature audaci, dai tagli improvvisi, dall’uso piatto e decorativo del colore.
La mostra di Palazzo Bonaparte insiste su questo aspetto, ricordando come Hokusai non sia stato soltanto un maestro dell’arte giapponese, ma una figura chiave per la nascita di una nuova sensibilità visiva globale. Le sue stampe, arrivate in Europa spesso come semplici materiali di imballaggio o curiosità esotiche, si trasformano in oggetti di culto nelle mani degli impressionisti e dei postimpressionisti, che ne studiano le soluzioni compositive e cromatiche. Il cosiddetto “giapponismo” non è un semplice fenomeno di moda, ma l’esito di un vero scambio estetico in cui il punto di vista di Hokusai contribuisce a rivoluzionare profondamente l’idea stessa di immagine in Occidente.
In questo senso, il percorso romano consente di leggere Hokusai non come un artista isolato in una tradizione lontana, ma come un nodo centrale di una rete di relazioni che dal Giappone ottocentesco porta direttamente alle avanguardie europee. L’onda che travolge le barche a Kanagawa sembra così propagarsi ben oltre il contesto geografico che le ha dato origine, investendo i linguaggi della pittura, della grafica, del design e della cultura visuale fino ai giorni nostri. Visitare la mostra significa riconoscere in filigrana, nelle linee e nei colori delle stampe, le radici di molte immagini che oggi consideriamo “naturali”, ma che in realtà devono moltissimo all’invenzione hokusiana.

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Palazzo Bonaparte, un palcoscenico ideale
La scelta di Palazzo Bonaparte come sede della mostra non è casuale: lo storico edificio, affacciato su uno degli snodi più iconici di Roma, è da anni uno dei principali poli espositivi della città, grazie alla programmazione di Arthemisia e allo Spazio Generali Valore Cultura. Le sue sale, con affreschi, stucchi e affacci sul cuore monumentale della capitale, creano un contrasto suggestivo con l’essenzialità grafica delle stampe giapponesi, generando un dialogo silenzioso tra il barocco romano e la linearità dell’ukiyo-e.
La mostra è visitabile secondo orari estesi, dalle 9.00 alle 19.30 dal lunedì al giovedì e fino alle 21.00 il venerdì, il sabato e la domenica, con la biglietteria che chiude un’ora prima, rendendo l’esposizione fruibile anche a chi desidera approfittare delle ultime ore del giorno. Nel corso del periodo di apertura sono previste alcune date con orari prolungati fino alle 23.00, che promettono un’esperienza ancora più immersiva, con le immagini di Hokusai avvolte nella luce più soffusa della sera. Questa attenzione alla dimensione temporale della visita sottolinea la volontà di trasformare la mostra in un appuntamento realmente accessibile e vissuto, capace di intercettare pubblici diversi, dai turisti agli appassionati, dagli studiosi alle famiglie.
L’iniziativa si avvale, inoltre, del sostegno del progetto Generali Valore Cultura, che promuove anche visite gratuite per famiglie, a testimonianza di un’idea di cultura come bene condiviso e occasione di crescita collettiva. In un tempo in cui la fruizione delle immagini è spesso frenetica e superficiale, la mostra invita a rallentare, a sostare davanti alle stampe, a leggere i dettagli, a seguire il ritmo delle linee e delle campiture di colore. Palazzo Bonaparte diventa così non solo uno spazio espositivo, ma un luogo di meditazione visiva, dove l’incontro con Hokusai è anche un esercizio di sguardo e di consapevolezza.
Un’occasione per rivedere il nostro sguardo
Hokusai amava ripetere che sarebbe diventato davvero artista solo molto anziano, come se la pienezza della sua visione fosse un traguardo asintotico, sempre oltre l’orizzonte. Guardando oggi le sue stampe a Roma, a più di un secolo e mezzo dalla sua morte, si ha la sensazione che quella ricerca sia ancora in corso, perché ogni nuova generazione di spettatori trova nelle sue immagini qualcosa che risuona con le proprie domande e inquietudini.
La mostra di Palazzo Bonaparte non è solo un omaggio a un grande maestro del passato, ma un invito a interrogarci sul potere delle immagini di attraversare confini geografici e temporali. Nell’onda che si abbatte sulle barche, nel profilo immobile del Monte Fuji, nelle figure colte nei gesti minimi della vita di ogni giorno, riconosciamo una tensione universale tra fragilità e permanenza, tra istante e durata, che parla con estrema lucidità anche al nostro presente.
Roma, con il suo tessuto di memorie classiche, barocche e moderne, offre a questo dialogo un contesto privilegiato, in cui l’arte giapponese non appare come un corpo estraneo ma come un interlocutore a pieno titolo della tradizione europea. Entrando nelle sale di Palazzo Bonaparte e lasciandosi guidare dalle stampe di Hokusai, si compie un viaggio che dal Giappone di Edo conduce fino all’Europa impressionista e oltre, attraversando secoli e continenti con la leggerezza di un foglio di carta. È in questa leggerezza, insieme fragile e potentissima, che risiede forse il segreto duraturo del maestro: la capacità di trasformare il mondo in immagine e l’immagine in una forma di pensiero che non smette di interrogare chi la guarda.