Gatto nell'antica Roma. Un gatto cattura una gallina con la zampa, mosaico di Pompei

I gatti nell’antica Roma: tra dèi, legioni e case patrizie

Alessandro Trizio

I gatti nell’antica Roma ebbero un ruolo molto più ricco e sfaccettato di quanto spesso si immagini, al crocevia tra vita quotidiana, religione, simbolismo politico e persino linguaggi della propaganda imperiale. Non furono mai protagonisti assoluti come in Egitto, ma il loro ingresso graduale nelle case e nell’immaginario romano racconta bene l’evoluzione della città dal duro pragmatismo repubblicano alla complessità, anche sentimentale, dell’età imperiale.

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Dalle donnole alle “felis”: l’arrivo del gatto in casa romana

All’inizio, il mondo romano non è un mondo di gatti. Per tenere lontani i topi dai granai, dalle dispensa e dalle strade, i Romani preferivano usare piccoli carnivori come donnole e martore, animali rapidi e aggressivi, radicati nella tradizione contadina italica e greca.

Il lessico latino antico lo testimonia: il termine felis indicava in origine un piccolo predatore agile, non sempre specificamente un gatto domestico, ma piuttosto una categoria di “cacciatori di roditori”, nella quale potevano rientrare anche altri mustelidi.

Il vero gatto domestico, quello che poi darà origine al nostro gatto europeo, entra lentamente nella penisola attraverso gli scambi mediterranei, in particolare grazie ai commercianti orientali che trasportano con sé animali utili come disinfestatori sui loro mercantili.

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Tra V e I secolo avanti Cristo questa presenza si intensifica, fino a fare del gatto un elemento sempre meno raro nel mondo urbano romano, soprattutto nelle zone portuali e lungo le grandi vie di comunicazione dell’Italia centrale e meridionale.

È tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo che la documentazione letteraria comincia a segnalare il gatto in modo più riconoscibile. Autori come Seneca e Plinio il Vecchio alludono alla presenza del gatto come animal domesticum nelle case, e gli studi sui “pets” nel mondo greco‑romano mostrano come tra I e III secolo dopo Cristo il felino inizi a sostituire in modo sistematico donnole e serpenti come guardiano contro i roditori.

Questo passaggio non è solo tecnico ma anche culturale, perché implica l’accettazione di un animale meno “utile” in senso agricolo e più legato a spazi privati e affettivi.

Parallelamente avviene un’evoluzione linguistica. Il termine felis resta in uso in contesti letterari e dotte allusioni, mentre tra III e IV secolo dopo Cristo compare sempre più spesso la forma cattus, attestata in autori tardi come Palladio, che raccomanda esplicitamente il gatto per il suo ruolo di cacciatore di topi.

Da cattus nasceranno poi quasi tutte le forme romanze moderne, come l’italiano “gatto”, a dimostrazione di quanto profondamente il felino sia entrato nella sfera domestica e affettiva delle popolazioni dell’Impero.

Cacciatore di topi e compagno di casa

Nel tessuto quotidiano della città, il primo ruolo del gatto è di tipo strettamente funzionale. Le grandi concentrazioni urbane, le insulae affollate, i magazzini di grano, i depositi di stoffe e pellami creano un ambiente ideale per topi e ratti, che mettono a rischio le scorte alimentari e gli oggetti di valore.

In questo scenario il gatto diventa l’alleato perfetto, perché è silenzioso, si introduce ovunque, caccia di notte, non richiede grandi cure e si accontenta dei piccoli roditori che uccide o dei resti di cibo lasciati dall’uomo.

Gli studi sul rapporto tra animali domestici e società romana sottolineano come il gatto, pur restando meno diffuso del cane, trovi un posto stabile soprattutto nelle case dei ceti più agiati, dove può vivere in ambienti relativamente protetti, tra cortili, giardini e triclinia decorati.

Alcuni affreschi pompeiani mostrano donne in compagnia di gatti, o felini che si aggirano tra cesti di frutta e offerte, a testimonianza visiva di questa compresenza tra la vita umana e quella felina nel paesaggio domestico della Campania del I secolo dopo Cristo.

In queste case il gatto non è più soltanto un “strumento” contro i topi. È un animale che condivide spazi intimi, viene accarezzato, osservato per il suo portamento elegante e per il suo sguardo considerato quasi enigmatico.

La letteratura tarda e gli epigrammi evidenziano una crescente sensibilità nei confronti degli animali domestici, e se i cani restano i protagonisti delle iscrizioni funerarie, i gatti iniziano a essere evocati per la loro grazia, per la capacità di muoversi silenziosi tra i mobili e per il piacere estetico che suscitano in chi li osserva.

Questa dimensione domestica non cancella però la componente utilitaristica. La raccomandazione di Palladio, agronomo del IV secolo dopo Cristo, secondo cui è bene tenere un cattus per proteggere il grano, mostra la coesistenza di affetto e utilità: il gatto è allo stesso tempo guardiano del cibo e presenza quasi ornamentale della casa, una creatura che abita il confine tra lavoro e compagnia.

I gatti nei campi, nelle ville e negli accampamenti militari

Se nelle città il gatto presidia granai e cucine, nelle campagne il suo ruolo si estende a cortili rurali, ville rustiche e fattorie disseminate lungo le principali vie consolari. Gli stessi motivi che ne fanno un efficace cacciatore di roditori negli ambienti urbani lo rendono prezioso per proteggere i raccolti immagazzinati, le stalle e le cantine dei latifondi.

Un villaggio invaso dai topi poteva perdere in pochi mesi parte significativa del raccolto, mentre la presenza di uno o più gatti riduceva sensibilmente il rischio di infestazioni.

È però nel contesto militare che il gatto rivela un altro volto della sua storia romana. Diverse ricostruzioni moderne e alcuni riferimenti nelle fonti suggeriscono che i gatti seguissero le legioni come parte dell’“equipaggiamento vivente” degli accampamenti, con il compito di proteggere le derrate alimentari e gli oggetti in pelle o legno dai danni provocati dai ratti.

In questa prospettiva il gatto diventa una presenza quasi standard nei forti romani, al punto che alcune unità militari adottarono l’immagine del felino come simbolo o mascotte, segno di un rapporto che va oltre la pura utilità.

L’idea dei gatti come compagni dei soldati, oltre che come guardiani del cibo, apre uno scorcio interessante sulla psicologia della vita di caserma. Lontani da casa per anni, i legionari trovavano in questi animali silenziosi una forma di familiarità e di continuità con la vita domestica.

Non a caso si racconta che i gatti, viaggiando con le truppe, abbiano contribuito a diffondere la specie in molte regioni dell’Europa settentrionale e occidentale, dalle coste britanniche fino al cuore della Gallia, in una migrazione felina parallela all’espansione imperiale.

Simboli di libertà, magia e divinità

Accanto alla dimensione pratica, il gatto assume nel mondo romano significati simbolici e religiosi di sorprendente profondità. Uno dei legami più affascinanti è quello con la dea Libertas, personificazione della libertà, che talvolta viene raffigurata con un gatto ai piedi, come emblema di indipendenza e spirito indomito.

L’animale che non si lascia addomesticare del tutto, che mantiene un margine di autonomia anche vivendo in casa, diventa così metafora vivente di una libertà vigilata ma mai cancellata.

Ancora più profondo è il legame con Diana, dea della caccia, della natura e della luna. Alcune tradizioni religiose attribuiscono ai gatti una consacrazione particolare a Diana, ritenuta protettrice dei felini e, al tempo stesso, signora dei boschi e dei movimenti notturni. Le pupille del gatto, che si restringono e dilatano in armonia con la luce, vengono paragonate alle fasi lunari, e questa caratteristica fisica diventa un ponte simbolico tra il microcosmo dell’animale e il macrocosmo celeste.

In alcune tradizioni religiose orientali, importate a Roma durante l’età imperiale, il gatto assume infine un’aura ancora più sacra. Il culto egizio di Bastet, dea con testa di gatta, si fonde progressivamente con il culto di Iside, molto popolare nelle città dell’Impero.

Nei templi dedicati a queste divinità sincretiche i gatti sono lasciati liberi, nutriti dai fedeli e percepiti come manifestazioni tangibili del divino. Questo non significa che ogni romano considerasse sacro il proprio gatto domestico, ma testimonia come l’animale potesse passare dalla cucina di una domus alle colonne di un santuario senza cambiare natura, ma arricchendo i propri significati.

Non va dimenticato che alcune tradizioni ricordano come i gatti fossero gli unici animali ammessi all’interno dei templi, segno di una purezza o di una particolare funzione simbolica legata alla vigilanza e alla protezione. In questo senso il gatto non è soltanto guardiano del grano, ma guardiano dello spazio sacro, sentinella liminale tra umano e divino, tra ciò che è esposto e ciò che è nascosto agli occhi dei profani.

Nomi, leggi e linguaggi del potere

La penetrazione del gatto nella cultura romana è visibile anche nella sfera dei nomi e del diritto. Alcune ricerche ricordano come, a partire dall’età imperiale, compaiano cognomina modellati sul termine felis o su appellativi affettuosi legati ai gatti. Nelle iscrizioni si incontrano forme come Felicula o Felicla, traducibili come “micetta” o “gattina”, e ipocoristici maschili come Cattus o Cattulus, che funzionano sia come soprannomi sia come veri e propri elementi dell’identità personale.

Questo uso onomastico dimostra una certa familiarità emotiva con l’animale, al punto da trasformarlo in metafora, scherzo affettivo, perfino marchio di riconoscimento familiare.

Ancora più significativo è il dato giuridico. Alcune testimonianze moderne, che sintetizzano ricerche su fonti tardo‑imperiali, parlano di leggi emanate per proteggere i gatti e garantirne il benessere in diverse regioni dell’Impero, a partire dal I secolo dopo Cristo.

Pur non essendo facile ricostruire nel dettaglio la portata concreta di queste norme, il solo fatto che il gatto diventi oggetto di attenzione legislativa indica un riconoscimento istituzionale del suo valore, tanto come animale utile quanto come creatura degna di tutela.

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In questo contesto il gatto si colloca accanto ad altri animali che incarnano aspetti del potere romano. Se l’aquila rappresenta l’autorità e la vittoria, e il lupo rimanda ai miti fondativi di Roma, il gatto finisce per incarnare valori come l’astuzia, la vigilanza silenziosa e la libertà. Non sorprende che alcune legioni o reparti militari adottino simboli felini sui loro stendardi o sugli emblemi, sottolineando un’identità guerriera che non si basa solo sulla forza, ma anche sulla capacità di colpire con rapidità e discrezione.

Persino nella lingua latina il gatto lascia tracce durature. Il passaggio da felis a cattus riflette non solo una trasformazione lessicale, ma probabilmente anche l’incontro tra il latino e lingue celtiche o germaniche, da cui il termine potrebbe essere stato preso in prestito, proprio mentre i gatti al seguito delle legioni si diffondevano nelle province.

Da questo crocevia nascono, molti secoli dopo, parole come “gatto”, “chat”, “cat”, che portano con sé l’eco di quella lenta integrazione del felino nella vita romana.

Tracce materiali: dai mosaici di Pompei alle rovine di Roma

Per ricostruire il ruolo del gatto nell’antica Roma non possiamo contare su un numero enorme di reperti scheletrici, ma le poche tracce disponibili sono comunque eloquenti. Gli scavi di Pompei hanno restituito pochi resti felini, e alcuni studiosi hanno ipotizzato che i gatti, dotati di istinto più sviluppato per percepire le scosse e i cambiamenti ambientali, abbiano lasciato l’area prima dell’eruzione del 79 dopo Cristo.

È un’ipotesi affascinante, che combina dati archeologici e osservazioni etologiche moderne, rafforzando l’immagine del gatto come animale vigile e attento ai segnali del mondo naturale.

Molto più numerose sono invece le raffigurazioni artistiche. Affreschi e mosaici di ville e domus mostrano gatti che giocano con lucertole appese a un filo, che si aggirano intorno a tavole imbandite o che inseguono uccellini posati su frutti e pani. Una celebre serie di versi tardi descrive la gioia di un gatto che gioca con una lucertola legata a un filo, immagine che restituisce una scena di vita domestica fatta di piccoli intrattenimenti e di osservazione curiosa dell’animale da parte degli uomini.

Altri indizi emergono dagli scavi delle grandi città imperiali, dove oggetti d’uso quotidiano decorati con figure di gatti attestano la familiarità con il soggetto. Anche se spesso queste raffigurazioni sono meno solenni rispetto a quelle riservate ad animali “nobili” come cavalli o leoni, il fatto stesso che il gatto compaia su pareti, pavimenti, vasellame o gioielli indica la sua presenza costante nel campo visivo degli abitanti dell’Urbe e delle altre città dell’Impero.

L’eredità di questa lunga convivenza si percepisce ancora oggi. La Roma contemporanea è famosa per le sue colonie feline tra rovine e siti archeologici, come quelle di Largo di Torre Argentina o tra i ruderi del Foro e del Colosseo, e diverse associazioni culturali amano sottolineare la continuità, simbolica più che biologica, tra i gatti di oggi e quelli che camminavano tra colonne e terme duemila anni fa.

Il gatto romano moderno, che si aggira libero tra templi, teatri e basolati antichi, sembra riproporre la stessa miscela di indipendenza, utilità e vicinanza al sacro che lo aveva reso prezioso agli occhi dei suoi antenati.

Un animale libero in una città di pietra

Il percorso del gatto nell’antica Roma è la storia di un’adozione lenta, fatta di diffidenze iniziali, graduale familiarità e infine autentico affetto. Partito come semplice cacciatore di topi importato dal Mediterraneo orientale, il felino conquista i cortili urbani, i campi, gli accampamenti, i templi e persino i nomi dei cittadini, fino a diventare parte integrante della grammatica simbolica della città e dell’Impero.

La sua indipendenza, tanto apprezzata dai Romani da farne un emblema della libertà stessa, è forse il tratto più costante di questa storia: il gatto resta vicino all’uomo senza mai appartenere del tutto, veglia sui suoi beni e sui suoi spazi sacri ma mantiene uno sguardo che sembra rivolto altrove.

In una civiltà che amava codificare ruoli, gerarchie e appartenenze, questo piccolo animale introduce una nota di imprevedibilità e di mistero. Il cane è il compagno fedele, il cavallo è forza e prestigio, il bue è lavoro e sacrificio; il gatto, invece, è presenza silenziosa, custode invisibile, comparsa che entra ed esce dalla scena senza avvertire, portando nel cuore stesso di Roma un frammento di selvatico.

Proprio questa tensione tra domesticazione e libertà spiega perché il gatto, pur non essendo mai diventato il simbolo ufficiale dell’Impero, continui ancora oggi a incarnare quell’idea di Roma come città di contrasti, dove l’ordine della legge convive con la vitalità indomita di ciò che sfugge al controllo, e dove tra le pietre millenarie può sempre spuntare, improvviso, il passo leggero di un felin0


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