Il volto delle donne. Arte, voto e Costituente. Mostra al Senato della Repubblica
Alessandro TrizioShare
Nella Sala Maccari di Palazzo Madama, cuore istituzionale della Repubblica, il Senato e il Ministero della Cultura hanno scelto di mettere al centro le donne, intrecciando arte e politica in un’unica narrazione. La mostra “Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti” celebra l’anniversario del suffragio femminile e della nascita della Repubblica italiana, facendo dialogare i ritratti di grandi pittrici con i volti delle ventuno elette all’Assemblea Costituente. Il risultato è un racconto in cui l’immagine femminile smette di essere solo oggetto dello sguardo e diventa soggetto di storia, responsabilità e potere.
In questo spazio, le protagoniste della tela e quelle dell’emiciclo parlamentare condividono la stessa scena simbolica. Sono donne che, in epoche diverse, hanno sfidato vincoli sociali, ostilità e diffidenze per affermare il proprio talento, artistico o politico. Non sono figure isolate: compongono un mosaico di esperienze che, nel loro insieme, restituisce una presenza femminile continua nella storia nazionale.
Dalle botteghe alle Accademie: artiste in un mondo di uomini
Il percorso della mostra parte dal Quattrocento, quando alcune artiste riescono faticosamente a ritagliarsi uno spazio professionale in un sistema artistico saldamente controllato dagli uomini. L’accesso alla formazione è quasi interamente maschile, i luoghi dove si impara il mestiere botteghe, Accademie, cantieri pubblici sono spesso preclusi alle donne. Per molte, l’unico canale di apprendimento è la trasmissione familiare del sapere, dentro le mura domestiche, tra padri, fratelli e mariti pittori o scultori.
Eppure, da quelle maglie strette emergono figure che diventano professioniste riconosciute. Properzia de’ Rossi, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Rosalba Carriera, Angelica Kauffmann, Élisabeth Vigée Le Brun sono i nomi che scandiscono l’itinerario espositivo, costruito attraverso tredici opere provenienti da alcuni dei maggiori musei italiani, dal Museo di Capodimonte alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dalla Galleria Corsini alla Galleria Nazionale dell’Umbria.
Molte di loro si muovono in un contesto di ostilità velata o aperta. I grandi cicli di affreschi, le pale d’altare monumentali, le decorazioni pubbliche sono spesso riservati a colleghi uomini, e le pittrici si vedono confinate nei generi considerati minori, nei ritratti privati, nelle commissioni meno prestigiose. Per ottenere lavori, devono spesso contare sulla mediazione maschile, sulla capacità di padri e mariti di garantire affidabilità davanti ai committenti.
La loro sfida si gioca proprio dentro questi limiti. Alcune usano l’autoritratto per interpretare sante, eroine, regine, sovrapponendo il proprio volto a figure emblematiche del mito e della religione. È una strategia di affermazione silenziosa: l’artista si inserisce nel canone iconografico, occupa lo spazio simbolico che la tradizione le nega, sovrapponendo l’immagine del proprio corpo alla figura ideale della virtù.
Il dialogo dei volti: arte e politica nella stessa stanza
L’idea curatoriale della mostra è semplice e radicale: far dialogare le artiste del passato con le Madri Costituenti, collocando nella stessa sala i loro volti, reali o dipinti. Da una parte, la creatività che attraversa secoli di storia dell’arte; dall’altra, le protagoniste della stagione fondativa della Repubblica, chiamate a scrivere le regole della nuova democrazia italiana. La connessione non è retorica: la creazione artistica viene letta come atto civile, la politica come esercizio di immaginazione istituzionale.
Nel testo istituzionale che accompagna la mostra, si insiste su questa analogia. Scrivere la Costituzione è definito un lavoro creativo collettivo, capace di tenere insieme sensibilità lontane, culture politiche diverse, biografie spesso conflittuali. In questa impresa, il contributo delle ventuno elette non è numericamente imponente, ma risulta decisivo nella definizione dei principi di uguaglianza, dei diritti sociali, del ruolo del lavoro e della persona nella nuova architettura dello Stato.
La mostra propone quindi una doppia genealogia. Da un lato, quella delle artiste che nel corso dei secoli hanno trasformato il proprio talento in mestiere, ottenendo riconoscimento in Accademie e circuiti internazionali, come accade a Rosalba Carriera nel Settecento o ad Angelica Kauffmann nella comunità cosmopolita degli artisti europei. Dall’altro lato, quella delle donne che, dopo la conquista del suffragio universale, entrano nelle istituzioni e ne ridisegnano i confini, dalla stagione costituente fino alle trasformazioni più recenti della rappresentanza.
Dal decreto del 1945 alle urne del 1946
Per comprendere il significato di questa narrazione incrociata, la mostra inserisce nel proprio racconto un’ampia sezione documentaria sulla conquista del voto femminile. L’elettorato attivo per le donne viene introdotto nel pieno della Seconda guerra mondiale, con il decreto legislativo luogotenenziale del 1 febbraio 1945, n. 23, emanato dal governo Bonomi: per la prima volta le italiane diventano titolari del diritto di voto alle elezioni amministrative e politiche. È il punto di arrivo di rivendicazioni che risalgono all’Ottocento e che attraversano il primo Novecento, tra associazionismo femminile, movimenti suffragisti e battaglie parlamentari.
Nel gennaio 1946, un nuovo decreto riconosce alle donne l’eleggibilità nei consigli comunali, aprendo la strada alla loro presenza nelle amministrazioni locali. Pochi mesi dopo, il decreto luogotenenziale del 10 marzo 1946 fissa le norme per l’elezione dell’Assemblea Costituente, consolidando l’impianto del suffragio universale che si sarebbe esercitato nel referendum istituzionale del 2 giugno.
Le prime tornate amministrative del dopoguerra iniziano proprio il 10 marzo 1946. In cinque cicli di voto, tra marzo e aprile, si rinnovano 5.722 consigli comunali, pari a oltre tre quarti dei comuni italiani. Ai seggi si presentano più di 16 milioni di elettori, uomini e donne: le votanti superano gli elettori maschi, con 8.441.537 donne contro 7.862.743 uomini. È un dato che colpisce i contemporanei e che oggi la mostra rilancia come simbolo di una cittadinanza finalmente condivisa.
Questo passaggio segna un anniversario che va oltre la data scolpita nella memoria collettiva del 2 giugno. Dal punto di vista della partecipazione femminile, il vero inizio di una cittadinanza politica effettiva è quel 10 marzo 1946, quando le donne entrano massicciamente nel corpo elettorale delle amministrative e sperimentano per la prima volta il voto in un’ampia consultazione locale.
Le ventuno Madri Costituenti: biografie che diventano norme
La mostra dedica un’intera sezione alle ventuno elette all’Assemblea Costituente, presentate attraverso ritratti e profili biografici curati dalla Biblioteca del Senato. I loro nomi, elencati in ordine quasi liturgico, restituiscono la varietà politica e geografica di quella rappresentanza: Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elsa Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
Molte di loro arrivano in Assemblea dopo avere partecipato attivamente alla Resistenza, nelle fila dei partiti di massa e nelle organizzazioni femminili che hanno costruito reti di solidarietà, stampa clandestina, assistenza ai combattenti. Portano in aula un bagaglio di esperienze che si riflette direttamente nel modo in cui declinano i principi della futura Carta costituzionale, soprattutto nei diritti delle lavoratrici, nella tutela della maternità, nell’eguaglianza giuridica tra coniugi, nel rifiuto di discriminazioni fondate sul sesso.
La loro presenza influisce sugli articoli chiave in materia di pari dignità sociale, eguaglianza formale e sostanziale, accesso alle cariche pubbliche. L’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, assume un significato particolare se letto alla luce del fatto che fino a pochi mesi prima metà della popolazione era esclusa dalle urne. In questo senso, le biografie delle Costituenti non sono soltanto storie individuali: diventano parte integrante della grammatica giuridica del Paese.
L’esposizione insiste anche sulla dimensione simbolica di questa presenza. Per la prima volta, dentro l’aula dove si definisce l’architettura dello Stato, siedono donne chiamate a rappresentare l’intera comunità politica. I loro volti, oggi fissati in fotografie e materiali d’archivio, vengono accostati a quelli dipinti nei secoli precedenti, a ribadire che la rappresentanza non è più solo iconografica ma anche istituzionale.
L’Italia è donna: un filo iconografico lungo secoli
Nel testo firmato dal Segretario generale del Senato, la mostra si inserisce in una riflessione più ampia sull’immagine femminile dell’Italia. Si cita l’Iconologia di Cesare Ripa del 1603, dove la personificazione del Paese è raffigurata come una donna coronata di torri, seduta su un globo, con scettro e cornucopia. Si ricordano le monete con la scritta “Italia” coniate a Corfinium, in Abruzzo, nel I secolo avanti Cristo, dove accanto al nome compare ancora una figura femminile.
Nel corso dei secoli, l’Italia appare spesso come un volto di donna su monete e francobolli, dall’età del Regno fino alla Repubblica, passando per la celebre figura dell’Italia turrita impressa sulla carta valori e sulla moneta da cento lire. Anche il palazzo che ospita il Senato porta un nome femminile, Madama, legato a figure di governo come Margherita d’Austria o Cristina di Francia, reggenti dotate di potere e autonomia politica.
Questa insistente iconografia femminile contrasta con l’esclusione delle donne dalle istituzioni fino al secondo dopoguerra. Il nome, i simboli, le allegorie sono declinati al femminile, ma il potere resta maschile, i luoghi decisionali sono preclusi alle cittadine. La mostra lavora proprio su questo scarto: mostra come, a partire dal 1945, il volto femminile dell’Italia abbia smesso di essere soltanto un’immagine per diventare presenza concreta nelle aule parlamentari, nei governi, nelle amministrazioni.
Dal 1946 a oggi: quanto è cambiata la rappresentanza
L’esposizione, pur centrata sulla stagione costituente, dialoga implicitamente con i dati più recenti sulla partecipazione politica delle donne. Nella storia repubblicana, la presenza femminile in Parlamento è stata a lungo inferiore al 10 per cento, sia alla Camera che al Senato, fino agli anni Ottanta. Solo dalle legislature più recenti si registra un incremento sensibile, con una media che supera la soglia del 30 per cento, indicata da molte ricerche internazionali come quota minima per garantire una rappresentanza di genere efficace.
Nella legislatura avviata nel 2018, le donne raggiungono circa il 35 per cento dei seggi, con 225 deputate e 109 senatrici, percentuali poi leggermente ridimensionate nell’attuale composizione delle Camere. In questo arco di tempo, si alternano figure femminili in ruoli di vertice: presidenti di Camera e Senato, ministre, sottosegretarie, fino all’arrivo di un presidente del Consiglio donna.
Questi numeri, tuttavia, non chiudono il discorso. Se la presenza quantitativa è cresciuta, restano squilibri nell’accesso alle posizioni più influenti, nelle commissioni chiave, nei ministeri con portafogli pesanti, nei vertici delle amministrazioni locali. La mostra del Senato sceglie di non enfatizzare i traguardi come punto d’arrivo, ma di proporli come tappa di un percorso ancora aperto.
Voto, lavoro, cittadinanza: la parità come processo
Inserire il voto femminile dentro la cornice degli “80 anni di Repubblica” significa leggere la parità di genere non come rivendicazione settoriale, ma come elemento costitutivo del patto democratico. Il suffragio universale non è solo una riforma elettorale: è la ridefinizione di chi ha diritto di parola nello spazio pubblico, di chi può concorrere a determinare le politiche, di chi viene riconosciuto come cittadino a pieno titolo.
Le organizzazioni femminili dei grandi partiti del dopoguerra – comunista, socialista, cattolico – hanno colto con chiarezza questa connessione. Le loro rivendicazioni non si limitano al diritto di voto, ma riguardano l’accesso alle cariche elettive, la tutela della maternità, il riconoscimento del lavoro domestico, la possibilità di conciliare figli e professione. La cittadinanza politica viene vista come condizione per ottenere diritti sociali, e i diritti sociali come prerequisito per una partecipazione non puramente formale.
Ancora oggi, le statistiche sulla partecipazione politica mostrano come il genere resti un fattore che incide su interesse, fiducia nelle istituzioni, disponibilità ad assumere incarichi pubblici. Le differenze si intrecciano con altri elementi, come livello di istruzione, reddito, responsabilità di cura, territorio di residenza. Anche per questo, la mostra sceglie di affiancare alle storie eccezionali delle Madri Costituenti una più ampia pubblicazione dedicata alle biografie di donne che hanno inciso in campi diversi, dalla scienza alla musica, dall’impegno civico alla politica locale, restituendo una trama diffusa di partecipazione.
Guardare quei volti oggi
“Il volto delle donne” non è solo un omaggio, è un invito a guardare diversamente il rapporto tra memoria e potere. Mettere insieme i ritratti di Artemisia Gentileschi o Sofonisba Anguissola con quelli di Nilde Iotti o Teresa Noce significa suggerire che la storia dell’Italia non si costruisce solo nelle aule parlamentari o nelle grandi gallerie, ma nell’intersezione di linguaggi, ruoli e percorsi personali.
Il percorso espositivo insiste sulla continuità tra i volti del mito, delle sante e delle regine e quelli delle parlamentari che hanno scritto la Costituzione. Le prime sono spesso rappresentazioni idealizzate, proiezioni di virtù, sofferenza o potere; le seconde sono volti di donne che portano nella stanza delle decisioni le proprie biografie fatte di lavoro, militanza, persecuzione politica, clandestinità, ricostruzione. Tutte, in modi diversi, interrogano chi osserva: chiedono di essere riconosciute non solo come oggetti di memoria ma come soggetti attivi di una storia in corso.
In questo dialogo di sguardi, la mostra sceglie un messaggio esplicito, affidato al motto che accompagna il progetto istituzionale degli 80 anni di Repubblica: “L’Italia è donna”. Sullo sfondo, campeggia un monito destinato a chi entrerà nella Sala Maccari da cittadino, visitatore o studente: “Sei libera, sii grande”. È un invito rivolto alle donne di oggi, ma anche un promemoria per le istituzioni chiamate a rendere reale, e non solo simbolico, quel volto femminile della Repubblica.