Power 100: cambia la mappa del potere culturale nel 2025, ecco chi sono i quattro italiani che lasciano il segno nel mondo

Power 100: cambia la mappa del potere culturale nel 2025, ecco chi sono i quattro italiani che lasciano il segno nel mondo

Eleonora Antonini

Ogni anno la “Power 100” di ArtReview arriva nel mondo dell’arte contemporanea e puntuale riaccende discussioni e confronti.
Si tratta di una lista di nomi che è anche la mappa di un potere culturale che muta e dice molto più di quanto sembri.

Artisti, curatori, direttori di musei, collezionisti, mecenati, figure del mercato, fondazioni, movimenti, persino collettivi anonimi: la classifica non si limita a contare i protagonisti del sistema dell’arte ma fotografa come si sposta l’influenza e chi orienta le scelte, chi riesce a lasciare il segno nel modo di produrre, mostrare e discutere la cultura visiva.

La selezione è complessa perché nasce da una consultazione internazionale che coinvolge storici dell’arte, critici, curatori e direttori di istituzioni.
Non si guarda solo alla notorietà ma al peso reale delle idee, alla capacità di incidere sui discorsi contemporanei e sulle visioni che cambiano le regole del gioco.

La forza della Power 100 è proprio questa: non tanto celebrare quanto raccontare e  "smascherare" chi definisce le traiettorie globali del mondo artistico, un mondo che non è più soltanto quello europeo e statunitense ma un mosaico che include Asia, Africa, mondo arabo e Sud America.

Ibrahim Mahama è l’artista che quest’anno corona la vetta della classifica, un riconoscimento che lo elegge figura più influente dell’arte contemporanea mondiale.

Nato e cresciuto a Tamale, nel nord del Ghana, Mahama ha costruito la sua fama nei dieci anni scorsi a creare installazioni monumentali fatte di sacchi di juta e tessuti di recupero - spesso derivati dagli scarti dell’industria del cacao - assemblati da squadre di artigiani e tessitori.

Da questi materiali poveri crea “quilt”, giganti che avvolgono edifici e spazi urbani trasformando il tessuto sociale ed architettonico in scultura.

Il suo lavoro scandaglia temi pesanti e urgenti: lavoro, estrazione delle risorse, sfruttamento, memoria coloniale, disuguaglianza economica e le sue opere non sono rappresentazioni neutre ma portano il peso di storie reali solitamente invisibili al pubblico globale.

Ma Mahama non è “solo” artista. 

Negli ultimi anni ha usato i proventi delle sue vendite presso importanti gallerie internazionali (tra cui quelle che gli hanno dato visibilità su scala globale) per fondare e sostenere una rete di istituzioni nel suo paese - Savannah Centre for Contemporary Art (SCCA), Red Clay Studio e Nkrumah Volini.

Questi spazi non sono semplici showroom ma sono centri culturali che accolgono giovani artisti e studenti, dando loro modo di sviluppare e sperimentare il potere creativo.
In questo modo Mahama non costruisce solo opere visibili, ma una infrastruttura culturale ed un ambiente che permette ai nuovi talenti di crescere.

Il suo modo di fare arte, che è anche modo di essere comunità, è l’esempio di un’idea contemporanea di influenza: l’artista come costruttore di spazi reali, come attivatore di percorsi, come mediatore tra locale e globale, tra memoria e trasformazione.

Il primato nella classifica non premia solo l’abilità estetica e la sua visione globale, ma un artista che utilizza il suo successo per decolonizzare non solo le immagini, ma anche le "strutture" che producono e circondano l’arte.

In un mondo in cui l’arte globale è spesso sinonimo di grandi gallerie, mercati occidentali ed élite economiche, Ibrahim Mahama porta al centro del discorso un paradigma diverso dal solito: radici africane, materiali poveri, lavoro collettivo, impegno sociale.
Con la sua vittoria - la prima di un artista africano alla guida della Power 100 - l’intero sistema dell’arte globale è costretto a guardare altrove e a ridisegnare la mappa del potere culturale. 

In questo panorama ampio l’Italia, ad oggi, compare con quattro nomi che segnano un ritorno di visibilità e ricordano che il nostro Paese, pur tra mille contraddizioni, continua a produrre figure capaci di essere ascoltate nel dibattito internazionale.

Ci sono Miuccia Prada, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Vincenzo de Bellis ed Eugenio Viola, che non sono quattro comparse, ma quattro storie che si intrecciano e mostrano un’Italia culturale più attiva di quanto raccontino le lamentele e i piagnistei periodici sulla mancanza di investimenti pubblici.

La presenza italiana nella Power 100 non è tuttavia stata sempre così compatta.
In alcuni anni gli italiani erano molti di più, in altri ridotti a uno o due, segno che non abbiamo un posto garantito ma ce lo guadagniamo anno per anno con progetti e visioni.

Il 2025, con i suoi quattro nomi, restituisce un’immagine vitale: non siamo dominanti ma presenti e la presenza conta quando è costruita su qualità riconosciuta, non su nostalgia o rendita storica.
Le ragioni di questa presenza non sono però omogenee.

Prada e Sandretto incarnano il lato forte del mecenatismo italiano, quello che negli ultimi anni ha spesso sostituito la debolezza delle istituzioni pubbliche.
Le loro fondazioni non sono vetrine ma laboratori di produzione culturale, luoghi dove la ricerca è reale e non un’etichetta: spazi che riescono a portare in Italia artisti, curatori e architetti che altrimenti passerebbero oltre.

In un mondo in cui i musei vivono tagli, riorganizzazioni e crisi di identità, queste fondazioni diventano infrastrutture essenziali, mentre la loro presenza nella Power 100 conferma che oggi il potere culturale passa anche attraverso l’indipendenza economica di chi investe con la giusta visione.

De Bellis e Viola rappresentano l’altro lato della medaglia.

Sono curatori e direttori, costruttori di percorsi, persone che lavorano sul campo e dirigono fiere, musei, programmi internazionali.

De Bellis, alla guida delle piattaforme e delle fiere di Art Basel, è tra coloro che decidono cosa vede il mercato, quali artisti emergono e quali narrazioni si impongono.
Viola, alla direzione curatoriale del MAMBO di Bogotá porta invece un’idea di museo aperto, capace di dare spazio a voci marginalizzate e di costruire connessioni tra mondi lontani.

Insieme mostrano che il contributo italiano non è solo interno ai confini nazionali ma vive e cresce soprattutto all’estero, dove spesso trova la libertà e le risorse che in patria mancano.

Questa fotografia contrasta con l’idea un po’ pigra di un’Italia ripiegata su se stessa o incapace di innovare.

Certo non siamo più al centro del mondo come lo eravamo nel Rinascimento e il nostro sistema culturale ha crepe e limiti ben noti.
Eppure chi osserva da fuori vede altro:
un Paese che, pur arrancando, continua a generare personalità forti, idee riconoscibili e un approccio critico che altrove non c’è.
Non è nostalgia ma tradizione viva, quella che ancora oggi ci permette di essere presenti nei confronti internazionali.

Un ruolo fondamentale in questo contesto lo ha sempre avuto la Biennale di Venezia. Nessun paese al mondo ospita infatti un evento così denso di significato politico e culturale, in cui ogni mostra centrale è un’interpretazione del mondo e ogni decisione curatoriale risuona ben oltre i confini lagunari.

L’Italia, facendosi casa di questo teatro internazionale, resta un luogo dove si scrive la geopolitica dell’arte mentre le nostre contraddizioni rimangono teatro di confronto: basti pensare che ciò che accade alla Biennale viene studiato e discusso nelle università e nei musei di mezzo mondo.

La politica italiana, quella vera, quella dei governi che cambiano e delle priorità che oscillano, influisce sull’arte più di quanto sembri: i tagli ai musei, le incertezze nei finanziamenti e la retorica che ciclicamente esalta o abbatte il contemporaneo sono materia inesauribile di lavoro per artisti e critici.
 
In Italia ogni scelta politica genera un’onda, a volte di creatività, a volte di resistenza.
È un paese dove la cultura è terreno di battaglia, nel bene e nel male, e questo rende la nostra scena artistica un laboratorio di osservazione.

Dove c’è instabilità nasce il dibattito, dove nasce il dibattito l’arte vive.

Poi c’è un altro elemento tipico del nostro DNA: l’Italia è capace di produrre teste pensanti e figure culturali che all’estero trovano ascolto e prestigio.
Una mentalità che ci appartiene da secoli e che oggi risuona in un mondo dove è richiesta complessità e non slogan.

L’influenza italiana nell’arte mondiale, paradossalmente, è fatta anche di quello che non riusciamo o non vogliamo fare.
La nostra incapacità storica di organizzare una strategia culturale coerente ha infatti provocato una diaspora di talenti che però ha, nel contempo, esportato un certo modo di pensare alla cultura.

Molti curatori, artisti e ricercatori italiani sono oggi in musei e fondazioni di mezzo mondo: non rappresentano ufficialmente il Paese ma ne portano l’impronta, spesso con più efficacia della politica culturale statale.

La presenza dei quattro italiani nella Power 100 è quindi un segnale che non va letto come una medaglia nazionale ma come la conferma che l’Italia continua ad avere voce in capitolo nel coro internazionale.

Non c’è trionfalismo, c’è sobria consapevolezza. 

Non siamo la nazione che detta le regole ma nemmeno una comparsa.
Siamo un Paese che, con mille fatiche, continua a generare visioni, idee e persone valide in un sistema dell’arte che cambia così velocemente.
Essere presenti ed influenti è da ritenersi quindi una posizione di forza.

Sotto questo quadro generale emerge però una riflessione più ampia che riguarda non solo la presenza italiana nella classifica, ma il modo in cui il nostro Paese si inserisce nel dibattito globale sul valore dell’arte.

Oggi il potere artistico non si misura più soltanto nei musei e nelle vendite milionarie ma nella capacità di orientare conversazioni pubbliche, influenzare sensibilità collettive e incidere nelle questioni della società.
L’Italia, con la sua storia antica e la sua struttura contemporanea fragile, vive in una tensione costante tra passato e futuro ed è proprio in questa tensione che troviamo la chiave della sua influenza: non nell’imitare modelli esteri ma nel proporre un approccio critico che unisce tradizione e innovazione.

In un mondo dove tutto tende a uniformarsi l’Italia conserva un punto di vista riconoscibile, fatto di memoria ma anche di conflitto, di discussioni che sembrano interminabili ma che sono parte della nostra vitalità.

La presenza di Prada, Sandretto, De Bellis e Viola non è un caso isolato ma il riflesso di un sistema che, se pur imperfetto, continua a generare leadership e progettualità.

Il mecenatismo privato, spesso criticato, ha permesso la nascita di istituzioni che oggi dialogano con il mondo, mentre la curatela italiana, nutrita da un bagaglio storico e teorico unico, è capace di interpretare fenomeni globali senza mai perdere profondità.

Il sistema dell’arte internazionale guarda all’Italia non per la sua capacità economica ma per la sua qualità intellettuale, per quella particolare miscela di passione, rigore e senso critico che altrove è difficile trovare.

E questo riconoscimento, implicito o esplicito, è ciò che rende il nostro contributo ancora significativo, anche quando i numeri potrebbero suggerire il contrario.

Nel momento in cui molte realtà globali corrono verso il nuovo senza guardarsi indietro, l’Italia offre un modello che unisce continuità e trasformazione.
E forse è proprio questo che oggi viene apprezzato: 
un Paese che, nonostante lentezze e ostacoli, non ha mai smesso di interrogarsi su ciò che significa davvero l'arte.

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