Mappa del mondo 1635 di Willem Blaeu

Mappa del mondo 1635 di Willem Blaeu: significato storico, iconografia e curiosità

Alessandro Trizio

La mappa del mondo del 1635 riproduce uno dei capolavori di Willem Janszoon Blaeu, simbolo dell’età d’oro della cartografia olandese, in cui precisione geografica e ricchissima iconografia barocca si fondono in un’unica, spettacolare immagine.

È al tempo stesso strumento di conoscenza del globo e oggetto di rappresentanza, concepito per essere appeso in casa come un quadro e parlare del potere, del commercio e della cultura europea del Seicento.

Amsterdam, capitale del mondo nel Seicento

Per capire questa carta bisogna immaginare Amsterdam negli anni Trenta del XVII secolo: il porto più trafficato d’Europa, la sede della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, il nodo attraverso cui passano spezie, argenti, sete e notizie dal mondo intero.

La “Golden Age” olandese è un laboratorio di scienza applicata al mare, di finanza, di pittura e di stampa: in questo contesto le mappe non sono più soltanto strumenti tecnici per i piloti, ma entrano nelle case di mercanti, magistrati e professionisti come emblema visivo del successo commerciale e dell’orizzonte globale della nuova borghesia.

Blaeu è perfettamente consapevole di questo pubblico e costruisce le sue carte per parlare tanto agli occhi quanto all’intelletto: sono oggetti che mostrano il mondo, ma insieme mettono in scena un’idea di ordine cosmico e di supremazia europea sugli oceani.

Willem Janszoon Blaeu, tra Tycho Brahe e la VOC

L’autore della mappa, Willem Janszoon Blaeu (1571‑1638), non è un semplice stampatore: ha una solida formazione astronomica, avendo lavorato tra il 1594 e il 1596 nell’osservatorio di Tycho Brahe, dove impara a costruire strumenti di alta precisione e ad affrontare il problema della misurazione del cielo e della Terra con metodo scientifico.

Stabilitosi ad Amsterdam, Blaeu apre una bottega in cui realizza globi terrestri e celesti, carte nautiche, mappe murali e, a partire dagli anni Trenta, grandi atlanti come il Theatrum orbis terrarum, sive Atlas Novus, che nel 1635 diventa una delle opere di riferimento della cartografia europea.

Nel 1633 viene nominato idrografo ufficiale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, incarico che lo pone al centro del flusso di dati nautici e geografici provenienti dalle rotte commerciali globali, la sua carta del mondo riflette dunque, pur con i limiti dell’epoca, il meglio delle conoscenze disponibili su coste, scoperte e toponimi.

La costruzione del mondo: proiezione, emisferi, oceani

La mappa del 1635 è una riduzione su singolo foglio di una precedente grande carta murale del 1605‑1606, ma utilizza la stessa logica di base: una proiezione di tipo mercatoriano, che privilegia la rappresentazione continua delle rotte oceaniche, circondata agli angoli inferiori da due tondi che raffigurano il polo Nord e il polo Sud.

Il corpo centrale mostra il globo nella forma di un planisfero rettangolare: Europa e Mediterraneo occupano una posizione quasi centrale, mentre l’Atlantico diventa il “ponte” visivo che collega il Vecchio Continente alle Americhe, facendo emergere il mare come vero protagonista della geografia politica del Seicento.

L’America del Nord presenta una costa atlantica già relativamente definita, frutto delle esplorazioni francesi e inglesi, mentre il profilo pacifico rimane incerto; l’America del Sud è meglio delineata, con particolare attenzione al Brasile, area d’interesse olandese, segno del rapporto stretto tra cartografia e ambizioni coloniali.

Guardando a sud, l’emisfero australe è occupato da una vasta “Terra Australis Incognita”: una massa continentale ipotetica che discende dall’eredità tolemaica e dalle speculazioni rinascimentali, mantenuta da Blaeu come equilibrio geometrico e intellettuale tra terre emerse del Nord e del Sud.

L’Oceano Pacifico appare ancora come un grande spazio vuoto intervallato da arcipelaghi poco precisi, mentre l’area dell’Asia orientale e del Sud‑Est asiatico comincia a mostrare dettagli più raffinati, frutto di contatti commerciali consolidati: la carta non è dunque un semplice documento neutro, ma una radiografia degli spazi che contano nella geografia del commercio olandese.

I mari sono animati da navi a vela e mostri marini, elementi tipici della tradizione cartografica cinquecentesca, che qui svolgono una funzione sia decorativa sia simbolica, evocando il rischio, l’avventura e l’ignoto che accompagnano ogni attraversamento oceanico.

Cornice barocca: pianeti, elementi, stagioni

Uno dei tratti più spettacolari di questa mappa è la cornice figurativa che la circonda su tutti i lati, esempio limpido di come la cartografia olandese dialoghi con il linguaggio del barocco e con l’immaginario allegorico ereditato dall’antichità.

Nella fascia superiore compaiono il Sole, la Luna e i cinque pianeti allora conosciuti, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, personificati come divinità di canonico aspetto romano, a ricordare che la geografia della Terra è inseparabile dall’ordine del cielo. La mappa è quindi anche una piccola cosmologia illustrata: il globo terrestre, al centro, è inserito in un sistema di forze celesti che ne regolano ritmi e stagioni, un’idea ancora profondamente radicata nella cultura europea pre‑newtoniana.

Sui margini verticali, Blaeu dispone altre due serie di figure: a sinistra i quattro elementi Fuoco, Aria, Acqua, Terra e a destra le quattro stagioni, ciascuna resa come figura antropomorfa con attributi iconografici ben riconoscibili.

Gli elementi, nella lettura galenica allora dominante, sono legati anche alla teoria degli umori: Fuoco e Aria, associati a caldo e secco, hanno carattere maschile, mentre Acqua e Terra, con freddo e umido, sono connessi al principio femminile, dinamica che spiega l’iconografia femminile di queste due figure.

Le stagioni, dal canto loro, scandiscono il tempo della natura e dell’agricoltura europea, creando un controcanto terrestre alle figure astronomiche superiori: sopra domina il ciclo cosmico dei pianeti, ai lati il ciclo elementare e stagionale, al centro il mondo delle terre e dei mari.

Le sette meraviglie: ponte fra antico e moderno

La fascia inferiore della mappa è occupata da sette riquadri, ciascuno dedicato a una delle Sette Meraviglie del mondo antico: i Giardini pensili di Babilonia, il Colosso di Rodi, le Piramidi d’Egitto, il Mausoleo di Alicarnasso, il Tempio di Artemide a Efeso, la statua di Zeus a Olimpia e il Faro di Alessandria.

Queste immagini non hanno una funzione geografica, ma costruiscono un ponte ideale tra la “geografia meravigliosa” del mondo classico e la nuova geografia empirica del Seicento: l’atlante moderno si presenta come erede e superamento dei saperi antichi, integrando in un unico oggetto memoria storica, mito e scienza.

L’architettura di alcune meraviglie viene riletta in chiave contemporanea, con dettagli che ricordano il gusto barocco e il classicismo nordico, segno che per l’osservatore del XVII secolo il passato è qualcosa che va continuamente attualizzato e messo in scena secondo il linguaggio visivo del presente.

Oggetto di lusso, specchio del potere

Dal punto di vista storico‑sociale, la mappa del mondo di Blaeu è un perfetto esempio di come la cartografia entri a far parte della cultura materiale della borghesia olandese. Le fonti iconografiche basti pensare ai dipinti di Vermeer e di altri maestri olandesi mostrano interni domestici in cui grandi mappe murali e globi occupano pareti e scaffali, diventando parte integrante dell’arredo e, al tempo stesso, dichiarazione di gusto e di conoscenza.

Chi espone una mappa del genere dice qualcosa di sé: rivendica un orizzonte internazionale, una familiarità con il mondo dei commerci, una partecipazione simbolica all’impresa marittima della Repubblica delle Province Unite.

Rispetto ad altre carte coeve più aggiornate ma meno spettacolari, il planisfero di Blaeu si distingue per la capacità di trasformare il sapere geografico in immagine totale: un “teatro del mondo” che racchiude geografia, cosmologia, mitologia e filosofia naturale, perfettamente in linea con la sensibilità barocca europea.

Nel corso del Seicento la mappa sarà ristampata in diverse edizioni e lingue, inclusa quella francese degli anni 1643‑1650, e rimarrà in uso negli atlanti di casa Blaeu fino a quando Joan, il figlio, la sostituirà con una nuova carta a due emisferi nell’Atlas Maior a partire dal 1658. Il fatto che oggi continui a essere tra le mappe più riprodotte e collezionate non dipende solo dal suo valore documentario, ma soprattutto dalla sua capacità di restituire in un unico colpo d’occhio l’immaginario globale dell’Europa del 1635: un mondo ancora in parte ignoto, ma già percepito come scena unificata del commercio, della curiosità scientifica e dell’ambizione imperiale.

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